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FumoNero.jpg"Fumo nero-Marcinelle 1956-2006” edito dalla Regione Marche e scritto da Paola Cecchini, giornalista dell’Ente, racconta la tragedia mineraria del Bois du Cazier a Marcinelle in Belgio (8 agosto 1956 riportando le testimonianze delle famiglie delle dodici vittime marchigiane: nove originarie della provincia di Pesaro e Urbino, due della provincia di Macerata, una di quella anconetana.

Il libro, patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero degli Italiani nel Mondo, ricostruisce due eventi importanti per la storia dell’emigrazione italiana in Belgio: il sessantenario della stipula del primo Protocollo italo-belga (23 giugno 1946) ed il cinquantenario della tragedia mineraria,  che del primo è diretta conseguenza.

Tra il 1946 e il 1960, oltre 230.000 giovani uomini lasciarono un’Italia semi-distrutta da una guerra persa ed affluirono in Belgio a seguito di quello che è passato alla storia come accordo minatore-carbone: cinquantamila lavoratori italiani in cambio della fornitura mensile di carbone belga, a condizioni convenienti, per ogni mille lavoratori inviati.

Ancor prima della tragedia di Marcinelle che causò la morte di 262 minatori  (di cui 136 italiani), ben 1342 incidenti (con 1710 morti e 882 feriti) erano occorsi nelle miniere belghe nel periodo 1820-1840, ed altri 72 (con 1044 morti e 704 feriti)  ne occorsero nel periodo 1840-1894, relativamente al solo bacino carbonifero del Borinage, nel sud del paese.

Secondo i dati forniti dal Ministero per gli Italiani nel Mondo, furono 867 i minatori morti nelle miniere belghe dal 1946 al 1963, di cui oltre 250  tra il 1950 ed il 1953. La miniera di Marcinelle, in particolare, non era stata concepita per il passaggio simultaneo di condotte idrauliche, elettriche e dell’olio sotto pressione, come invece avveniva.  

In funzione dal 1822, le sue attrezzature non erano state modernizzate e nessuna protezione anti-incendio era disposta sul fondo. Le porti frangi-fiamma erano in legno e le maschere antigas non erano previste. Due incidenti gravi vi erano già occorsi: nel primo (1906) avevano trovato la morte venti minatori, nel secondo (1930) quaranta. Nulla però fu fatto per evitare la sciagura, diventata la più conosciuta della storia mineraria (la più grande tragedia, almeno in tempi moderni, si è invece consumata a Corrières, nella regione francese del Pas de Calais, con 1376 morti).

Nessuna responsabilità fu attribuita alla società titolare del Bois du Cazier, nonostante l’accertamento di numerose negligenze a carico della stessa. Come è successo tante volte e succede ancora, anche a Marcinelle si preferì addebitare la sciagura ad errore umano (nel caso specifico ad un italiano, prosciolto da ogni accusa soltanto al termine del lungo procedimento giudiziario).

L’emigrazione in Belgio ha coinvolto anche le Marche: oltre 8200 furono i corregionali espatriati nel periodo 1950-1982. Il libro riporta le testimonianze delle famiglie delle dodici vittime marchigiane: nove originarie della provincia di Pesaro e Urbino, due della provincia di Macerata, una di quella anconetana. Erano tutte addette all’estrazione di fondo, tranne Sisto Antonini (che lavorava come muratore a quota 1.100 di profondità) e Davilio Scortechini, cui - già malato di silicosi- era riservato un posto di ascensorista, estremamente sicuro, secondo quanto riferì alla sorella Maria il mese prima,  tranne che in caso di incendio. Tra loro figurava anche Filippo Talamelli di Fano, il quale - pur non essendo in servizio quella mattina - non esitò a scendere nel pozzo con i soccorritori quando realizzò che amici e compaesani vi erano rimasti sepolti .

Paola_Cecchini.jpgLe miniere hanno giocato un ruolo molto importante nell’economia regionale fino alla prima parte del secolo scorso. Il bacino minerario di Perticara (nel comune di Novafeltria), assieme a quello di Cabernardi-Percozzone (nei comuni di Sassoferrato e Pergola) hanno rappresentato per anni l’unico modo a disposizione della gente del luogo di avere un lavoro e vivere dignitosamente.

La miniera di Percozzone fu chiusa nel 1953, quella di Cabernardi - diventata la più produttiva a livello nazionale - nel 1959, quella di Perticara nel 1964. Oltre quattrocento operai furono trasferiti in altre miniere della Società (Sicilia, Trentino, Toscana) o nelle industrie di sua proprietà, come la petrolchimica di Ferrara, tanto che nella vicina Pontelagoscuro si costituirà col tempo una numerosa comunità marchigiana. Altri operai, licenziati, scelsero la via dell’emigrazione verso il Belgio, il Lussemburgo e la Germania.

Il libro-che rappresenta il secondo atto del progetto Phoenix-Viaggio nella memoria, ideato dalla Regione Marche al fine di raccontare l’emigrazione marchigiana nel mondo- è corredato da un glossario minerario, da un’appendice documentaria (che riporta i documenti più significativi sull’argomento), da un’appendice giornalistica (che ci fa rivivere quanto successo all’epoca delle varie sciagure) ed una corposa appendice statistica (che ricostruisce l’attività di italiani e stranieri nei bacini carboniferi del cosiddetto pays de la cocagne.

Di seguito alcune testimonianze raccolte dall'autrice Paola Cecchini:

“Per me le miniere sono state uno scandalo dell'epoca...Estrarre il carbone nelle condizioni in cui si era obbligati a lavorare qui in Belgio è per me un crimine contro l'umanità. Persino gli amici belgi di quel tempo ripetevano sempre: Preferisco vedere mio figlio morire sotto il treno piuttosto che vederlo in miniera” .

“Fino a 450 metri si poteva ancora stare bene, ma una volta oltrepassati i 500 si iniziavano ad avere 40, 42, anche 46 gradi centigradi di temperatura… e ti sentivi soffocare. Si lavorava nudi, era tanto il calore laggiù…che anche a stare nudi si sudava da impazzire… quando il caldo era infernale, ci sfilavamo le mutande, le strizzavamo e le indossavamo nuovamente”.

“Se posso permettermi di dire quello che penso, devo dire che… siamo stati della gente venduta come carne di macellaio…Noi stranieri eravamo in balìa di noi stessi, di quello che facevamo…Io ho fatto la guerra per anni…ma quando sono arrivato qui, per le autorità italiane se si voleva qualcosa bisognava pagare soldi e niente altro. Indirizzandomi alle autorità belghe sono stato servito meglio, subito, senza pagare niente. E questo tengo a dirlo e a dirlo forte”- ricorda un ex minatore.

La lettera che segue, scritta da un minatore di Pergola (Pu) all’Associazione Fernando Santi dopo il suo rientro in paese, rivela tutta l’amarezza di questa situazione:

Il Governo italiano ha abbandonato a se stessi gli emigranti, li ha lasciati morire nelle miniere del Belgio o in quelle di altri Paesi. Quelli che sono tornati sono degli invalidi in età ancora giovanissime. Il governo italiano ha sempre prestato particolare attenzione e interesse alle rimesse e non al rientro degli emigrati.

..Io che sono di Pergola posso dire con certezza e come me tanti altri, di aver pagato con l’emigrazione la chiusura della miniera di Cabernardi dove lavoravano circa 2000 operai. Questa è stata la libertà di cui abbiamo potuto godere. La Montecatini è stata libera di chiudere la miniera e noi abbiamo avuto la libertà di emigrare.

Alcuni italiani all’estero hanno fatto fortuna, ma la maggior parte pena terribilmente; devono vivere in locali stretti per risparmiare; devono ridurre al minimo le spese per vivere; devono cancellare dai loro bilanci le spese destinate alla ricreazione; poi quando tornano a casa corrono il rischio di non trovare più la loro giovane moglie o trovano una moglie infedele. Sono mortificazioni che non le può comprendere chi non le assapora.