Ancor prima della tragedia di Marcinelle che causò la morte di 262 minatori (di cui 136 italiani), ben 1342 incidenti (con 1710 morti e 882 feriti) erano occorsi nelle miniere belghe nel periodo 1820-1840, ed altri 72 (con 1044 morti e 704 feriti) ne occorsero nel periodo 1840-1894, relativamente al solo bacino carbonifero del Borinage, nel sud del paese.
Secondo i dati forniti dal Ministero per gli Italiani nel Mondo, furono 867 i minatori morti nelle miniere belghe dal 1946 al 1963, di cui oltre 250 tra il 1950 ed il 1953. La miniera di Marcinelle, in particolare, non era stata concepita per il passaggio simultaneo di condotte idrauliche, elettriche e dell’olio sotto pressione, come invece avveniva.
In funzione dal 1822, le sue attrezzature non erano state modernizzate e nessuna protezione anti-incendio era disposta sul fondo. Le porti frangi-fiamma erano in legno e le maschere antigas non erano previste. Due incidenti gravi vi erano già occorsi: nel primo (1906) avevano trovato la morte venti minatori, nel secondo (1930) quaranta. Nulla però fu fatto per evitare la sciagura, diventata la più conosciuta della storia mineraria (la più grande tragedia, almeno in tempi moderni, si è invece consumata a Corrières, nella regione francese del Pas de Calais, con 1376 morti).
Nessuna responsabilità fu attribuita alla società titolare del Bois du Cazier, nonostante l’accertamento di numerose negligenze a carico della stessa. Come è successo tante volte e succede ancora, anche a Marcinelle si preferì addebitare la sciagura ad errore umano (nel caso specifico ad un italiano, prosciolto da ogni accusa soltanto al termine del lungo procedimento giudiziario).
L’emigrazione in Belgio ha coinvolto anche le Marche: oltre 8200 furono i corregionali espatriati nel periodo 1950-1982. Il libro riporta le testimonianze delle famiglie delle dodici vittime marchigiane: nove originarie della provincia di Pesaro e Urbino, due della provincia di Macerata, una di quella anconetana. Erano tutte addette all’estrazione di fondo, tranne Sisto Antonini (che lavorava come muratore a quota 1.100 di profondità) e Davilio Scortechini, cui - già malato di silicosi- era riservato un posto di ascensorista, estremamente sicuro, secondo quanto riferì alla sorella Maria il mese prima, tranne che in caso di incendio. Tra loro figurava anche Filippo Talamelli di Fano, il quale - pur non essendo in servizio quella mattina - non esitò a scendere nel pozzo con i soccorritori quando realizzò che amici e compaesani vi erano rimasti sepolti .
Le miniere hanno giocato un ruolo molto importante nell’economia regionale fino alla prima parte del secolo scorso. Il bacino minerario di Perticara (nel comune di Novafeltria), assieme a quello di Cabernardi-Percozzone (nei comuni di Sassoferrato e Pergola) hanno rappresentato per anni l’unico modo a disposizione della gente del luogo di avere un lavoro e vivere dignitosamente.
La miniera di Percozzone fu chiusa nel 1953, quella di Cabernardi - diventata la più produttiva a livello nazionale - nel 1959, quella di Perticara nel 1964. Oltre quattrocento operai furono trasferiti in altre miniere della Società (Sicilia, Trentino, Toscana) o nelle industrie di sua proprietà, come la petrolchimica di Ferrara, tanto che nella vicina Pontelagoscuro si costituirà col tempo una numerosa comunità marchigiana. Altri operai, licenziati, scelsero la via dell’emigrazione verso il Belgio, il Lussemburgo e la Germania.
Il libro-che rappresenta il secondo atto del progetto Phoenix-Viaggio nella memoria, ideato dalla Regione Marche al fine di raccontare l’emigrazione marchigiana nel mondo- è corredato da un glossario minerario, da un’appendice documentaria (che riporta i documenti più significativi sull’argomento), da un’appendice giornalistica (che ci fa rivivere quanto successo all’epoca delle varie sciagure) ed una corposa appendice statistica (che ricostruisce l’attività di italiani e stranieri nei bacini carboniferi del cosiddetto pays de la cocagne.
Di seguito alcune testimonianze raccolte dall'autrice Paola Cecchini:
“Per me le miniere sono state uno scandalo dell'epoca...Estrarre il carbone nelle condizioni in cui si era obbligati a lavorare qui in Belgio è per me un crimine contro l'umanità. Persino gli amici belgi di quel tempo ripetevano sempre: Preferisco vedere mio figlio morire sotto il treno piuttosto che vederlo in miniera” .
“Fino a 450 metri si poteva ancora stare bene, ma una volta oltrepassati i 500 si iniziavano ad avere 40, 42, anche 46 gradi centigradi di temperatura… e ti sentivi soffocare. Si lavorava nudi, era tanto il calore laggiù…che anche a stare nudi si sudava da impazzire… quando il caldo era infernale, ci sfilavamo le mutande, le strizzavamo e le indossavamo nuovamente”.